Dopo “Un borghese piccolo piccolo” arriva il grottesco sequel “Un milionario infimo”, scritto, diretto, interpretato, prodotto e distribuito da Silvio Berlusconi. Trama: un parvenue, divenuto ricchissimo grazie a loschi affari e rapporti piuttosto discutibili, si ritrova catapultato a Palazzo Chigi. Il poveretto, non avendo nè gli strumenti politici nè quelli intellettuali, dovrà affrontare prove difficilissime. Su tutte, mostrare del tatto nei rapporti con colleghi ben più importanti o dire cose di una qualche rilevanza politica ai summit internazionali. L’impresa è ardua: capita così che un giorno, negli USA, venga eletto per la prima volta nella storia un nero alla Presidenza. L’evento ha una valenza storica che viene percepita e ammessa persino dal suo concorrente alla corsa per la presidenza (e dire che i toni della campagna elettorale erano stati ben più accesi che nel Belpaese). Non però dal nostro Silvietto, che da fine statista prevede che con il nuovo Presidente degli USA i rapporti saranno ottimi, trattandosi di soggetto giovane e ben abbronzato. La frase, pronunciata nel corso di un incontro con il collega russo, fa il giro del mondo. Parte lo sputtanamento su tutti i mezzi di informazione mondiali. Qui la scena clou del film: Silvio dà dell’imbecille a quanti critichino o semplicemente facciano notare la figura di merda che ha fatto e che ha fatto fare all’intero paese, dimostrando così ancora una volta, semmai ve ne fosse il bisogno, di essere assolutamente inadatto a rappresentarlo. Il film prevede un piccolo intermezzo, in cui la portata catartica della vittoria di Obama si mostra del tutto impotente di fronte all’idiozia e pochezza conclamate del Presidente dei Senatori del PDL Maurizio Gasparri, che in modo quasi scontato prevalgono su tutto il contesto storico impedendo al nostro gerarca con la zeppola di astenersi dalla prolusione di cazzate immani. Sorprendente, in questa scena, il cammeo di Maroni in veste di censore di minchiate. Avviso ai critici cinematografici poco inclini all’antiberlusconismo; vogliamo rassicurarli che la pellicola in questione non va iscritta nel filone del “nouvel dipietrisme” bensì in quello più rassicurante e nazionalpopolare della tragicommedia all’italiana. Un B-movie che lascerebbe perplesso persino il bizzarro Tarantino.
Ipse Dixit